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La ceramica di Asciano

Asciano

L'antica Asciano, grande centro di produzione della ceramica dell'area senese, rappresenta un caso tipico di misconoscimento storico di quei luoghi di fabbrica che, per essere posti nelle "terre murate" di Contado, non sono riusciti a destare sin qui l'interesse di quanti - storici della ceramica o "ceramologi" - hanno proferito dedicare i propri studi alle attività cittadine.
Nonostante ciò, la crescita di strutture culturali locali, quali soprattutto il Museo d'Arte Sacra di P[...]

L'antica Asciano, grande centro di produzione della ceramica dell'area senese, rappresenta un caso tipico di misconoscimento storico di quei luoghi di fabbrica che, per essere posti nelle "terre murate" di Contado, non sono riusciti a destare sin qui l'interesse di quanti - storici della ceramica o "ceramologi" - hanno proferito dedicare i propri studi alle attività cittadine.
Nonostante ciò, la crescita di strutture culturali locali, quali soprattutto il Museo d'Arte Sacra di Palazzo Corboli, vanno imponendo agli studiosi ed agli amministratori della comunità ascianese l'approfondimento di questo aspetto della tradizione locale che, pur non mostrando continuità col tempo presente, è certo da considerare una delle più rilevanti espressioni delle attività economiche, se non dell' "arte applicata", di quel luogo.

Testimonianze archivistiche - ma anche il ritrovamento di frammenti ceramici di chiara produzione locale - indicano infatti come i ceramisti di Asciano fossero già attivi almeno dalla metà del XIV secolo, epoca nella quale essi producevano la cosiddetta "maiolica arcaica" decorata in ramina e manganese ed impermeabilizzata al rovescio con vetrina piombica giallastra (presenza di ferro), secondo metodiche ben diffuse anche nella città Dominante, Siena; in quel periodo, inoltre, sappiamo come i vasai ascianesi rifornissero regolarmente importanti cenobi del territorio senese, quali il monastero benedettino di Monte Oliveto, che riceveva da quelle botteghe non soltanto generi vascolari da mensa, ma anche pentolame da cucina e ceramica grezza (orci e conche). Lo sviluppo delle attività ceramistiche in Asciano negli ultimi due secoli del Medioevo trova riscontro anche nella toponomastica locale, segnata dalla presenza di quartieri detti "Cocciaio" e "Copperia" e da strade come la "via dei vasai".

Nel corso del XV secolo - in data che speriamo la ricerca archeologica possa meglio precisare - a fianco della "maiolica arcaica" compaiono le ceramiche ingobbiate e graffite sotto vetrina. Si tratta di una produzione di grande interesse, sia per l'ampiezza che ne caratterizza le restituzioni, sia per l'impiego su questo genere di motivi e decori ampiamente diffusi sia in Siena che in altri luoghi, quali ad esempio San Gemignano, Castelfiorentino e Montelupo, ove viene diffondendosi rapidamente la fabbricazione delle ingobbiate, e che sono relativamente distanti dal territorio ascianese e dall'area di Siena in generale. Purtroppo siamo ancora ben lungi dal poter stabilire se una simile diffusione delle ingobbiate e graffite, secondo una direttrice che sembra originarsi più dal Senese che dal Pisano, sia stata animata dalle fornaci di Asciano, piuttosto che da quelle di Siena.

E' certo, tuttavia, che già il 18 giugno del 1537 i vasai senesi costrinsero a patti in grado di inibire la concorrenza certi figuli "stralonghi" che la scritta non si cura di precisare, ma che il fascicolo degli statuti degli orciolai senesi - trascritto nel codice subito dopo, ma con atto datato al 1565 - individua come "universitatem et artem figulorum castri Asciani". Nel 1572, per disposizione del Granduca di Toscana, l'università dei ceramisti ascianesi fu poi costretta ad adottare uno statuto che ne regolasse l'attività, e per questo venne letteralmente ricalcata, mutatis mutandis, la silloge senese del 1528.

La carenza di indagini archeologiche, oltre a lasciare nell'ombra le complesse vicende legate alla diffusione delle ingobbiate, ci impedisce sostanzialmente anche di verificare in quale modo le fornaci d'Asciano abbiano saputo interpretare le novità tecnologiche e tipologiche diffuse in epoca rinascimentale, oltre ad un evidente ricorso a quei moduli formali genericamente "italo-moreschi" (anch'essi secondo un'espressione che potremmo qualificare "senese"), testimoniati da una nutrita serie di frammenti di recupero.
Ben poco, inoltre, al di là delle pur interessanti premesse, è dato di sapere in merito al maturo periodo rinascimentale, quello, per intendersi, che si pone tra il 1480 ed il 1530 circa, fatta salva, anche in questo caso, l'antica matrice culturale di riferimento a Siena, in parte arricchita da spunti (imitazione del decoro "alla porcellana"), che sembrano invece rifarsi a modelli fiorentini, e segnatamente all'esempio di Montelupo.

L'immagine della fioritura cinquecentesca degli ateliers ascianesi resta perciò a tutt'oggi ancorata ad una notevole produzione smaltata sul genere dei "bianchi" faentini, per fortuna documentati da manufatti vascolari conservati in importanti raccolte museali. Tra di essi occorre citare il piatto compendiario con stemma, datato 30 agosto 1578 e firmato "F.F.D. Fortunatus Philigellus p(inxit) Asciani", del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, e la bellissima brocca dal corpo bugnato ed ansa soprammessa "a paniere" con lo stemma dei Palmieri del British Museum , la quale porta sul retro la legenda "F.P. Asciani die XII Maij/1600".Notevole anche la targa maiolicata con S. Lorenzo, già nella collezione Cora, siglata "Ascian (i)(.) X aprilis 1592", dipinta delicatamente nel genere dei compendiari.

E' comunque assai probabile che l'inserimento di Siena nello Granducato di Toscana nel 1555 e, ancor più, la crisi generale della prima metà del XVII secolo (1618-21), culminata poi nell'epidemia di peste del 1630-32, abbiano creato - per Asciano come per altri centri ceramici italiani - le condizioni atte a favorire un sempre più accentuato ripiegamento produttivo. Il Gherardini, nella relazione inviata a Cosimo III nel 1676, individuava infatti solo cinque vasai in attività nella cittadina senese, segnalando così la sensibile diminuzione degli esercizi locali: più di un secolo prima, nel 1565, ben dodici ceramisti avevano infatti partecipato alla stesura dello statuto dell'arte.

Ma, ad onta dell'inevitabile coinvolgimento nella crisi che allora interessò tutti i paesi mediterranei, Asciano mostra segni di non disprezzabile vitalità ancora nel corso della seconda metà del Seicento. Tra questi occorre citare la vicenda di alcuni vasai ascianesi che, distaccatesi dal luogo natio, tentarono di animare la produzione valdarnese, giungendo verso il 1655 in San Miniato al Tedesco (in territorio pisano, ma agli estremi confini orientali di quello fiorentino), per gestire una fornace in proprietà dell'ospedale locale: qui essi opereranno almeno per vent'anni, non riuscendo però ad ottenere una privativa, da essi insistentemente richiesta all'autorità granducale, per la fabbricazione della maiolica.

Il nuovo secolo, con le novità tecnologiche della porcellana e della terraglia, portò ad un tracollo generale degli antichi centri di fabbrica, ma non valse ad eliminare del tutto la produzione locale: anche l'Università dei vasai ascianesi restò in attività sino alla seconda metà del XVIII secolo, allorquando, per dirimere la controversia con un privato, fu tratta copia del suo statuto.
Oltre ad esemplari vascolari nei quali può intravedersi la ricerca di un mercato di più basso profilo, numerose targhe devozionali e stemmi maiolicati (tra i quali si segnala quello dei Bianchi Bandinelli in via Bartolenga, datato "1775"), ancora inseriti nelle facciate delle case d'Asciano, costituiscono, del resto, preziosa testimonianza dell'ottimo livello sul quale quei ceramisti, ancora nella seconda metà del Settecento, sapevano esprimersi.
La fabbricazione della ceramica si protrasse in Asciano per tutto l'Ottocento, tanto che l'ultimo esemplare della lunga storia "preindustriale" di quelle fornaci è stato individuato in una brocca appartenente alla dotazione dell'ospedale senese di Santa Maria della Scala datata "1900".