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Già nel corso del XIII
secolo si può affermare che il cotto imprunetino non avesse più i
caratteri tipici di un’attività secondaria e dispersa nelle
campagne, del tipo di quelle disopra descritte, visto che il 23
marzo del 1309 (1308 nello stile fiorentino ab incarnatione) - un
primato assoluto per l'Italia - i suoi “mezzinai e orciai” (“artis
mezzinariorum et urceorum plebatus Sancte Marie Impinete”) si
riunirono per eleggere Ghettino di Ventura del popolo di Sant’Ilario
a Potigliolo, “magistrum dicte artis” in qualità di rettore e
sindaco della medesima, affiancandogli come consiglieri Buto di
Nencino del popolo di Santa Maria all’Impruneta e Bartolomeo di
Peruzzo di San Cristoforo di Strada.
I maestri in tal modo eletti dall’assemblea degli artefici - la
quale comprendeva un vasaio di Pancole, sei di Potigliolo, cinque di
Strada e undici di Impruneta, per un totale di ventritré artefici
“dicentes se esse duas partes et ultra magistrorum dicte artis dicti
plebatus” – intendevano procedere alla stesura di uno specifico
statuto (“ad faciendum statuta et ordinamenta per eos pro dicta arte
condenda”), da far successivamente approvare al comune di Firenze (“aprobari
per Communem Florentie seu per officiales dicti Communis”).
Non sapremo mai, con
ogni probabilità, se questo tentativo - che il notaio ser Benintendi
di Guittone, autore del rogito, pensò di non scoraggiare - abbia
avuto un qualche seguito: conoscendo la propensione dei governanti
fiorentini a non moltiplicare il quadro corporativo che stava alla
base del loro ordinamento comunale, nonché la consolidata tendenza a
controllare le attività produttive del Contado, inserendole nel
novero delle Arti cittadine già affermate, lo riteniamo piuttosto
improbabile. Ad onta del suo mancato perfezionamento normativo,
però, questo documento riveste grande importanza sotto il profilo
storico generale, in quanto mostra come la diffusione delle attività
economiche comitatine nel corso del XIII secolo avesse creato punti
di dinamismo che la Città gigliata, per evitare di accendere
conflitti giurisdizionali, dovette in qualche modo inserire nei
propri ordinamenti; esso, inoltre, presenta un grande interesse
specifico per la conoscenza delle origini e dei “caratteri
originari” della produzione fittile nel territorio imprunetino.
Da esso, infatti, si può dedurre come le attività ceramistiche
fossero radicate in prevalenza nel popolo di Santa Maria (47%), pur
essendo diffuse anche in Potigliolo e Strada, località che, unite
assieme, pareggiavano il numero dei fornaciai imprunetini, mentre un
solo ceramista risiedeva nel popolo di Santa Cristina di Pancole.
Sin dalle origini, inoltre, questi vasai dedicavano tanto alla
fabbricazione di brocche per il trasporto e la conservazione
dell’acqua (“mezzine”), quanto alla produzione di più grandi
contenitori per lo stoccaggio di liquidi e aridi (“orci”); anche se
non sono citati nei documenti, è inoltre da ritenere che nelle
medesime fornaci si cuocessero in abbondanza mattoni, mezzane,
pianelle, doccioni, e quant’altro atteneva ai laterizi da
costruzione.
E' infine assai
interessante notare come, pur in assenza di una silloge statutaria
validamente approvata, l’arte dei “mezzinai ed orciai” del piviere
di Santa Maria all’Impruneta operasse – probabilmente sulla scorta
di regole consuetudinarie – secondo i dettami delle coeve
corporazioni di arti e mestieri legalmente costituite.
I suoi componenti, infatti, si chiamavano “maestri”, e ciò
suggerisce il fatto che in tal modo si intendesse seguire le regole
corporative poste a fondamento dell’attività economica, controllando
in particolare le forme di esercizio della medesima (e quindi la
qualità, i “segreti” della lavorazione etc.), alle quali si pensava
avrebbe potuto nuocere un’indiscriminata concorrenza.
L’arte aveva inoltre un rettore e sindaco coadiuvato da due
consiglieri, ed un consiglio generale che, nel caso di elezioni e
modifiche ordinamentali, era validamente convocato solo in presenza
di almeno i tre quarti del “corpo dell’Arte”.
continua
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