[ Salta il menu e vai direttamente ai contenuti ]
Purtroppo la ricerca
storica non è al momento in grado di seguire il probabile,
successivo sviluppo delle attività imprunetine nel corso del XIV
secolo, allargando il panorama che lascia intravedere il documento
notarile del 1309. Alla carenza di informazioni relative a quel
secolo difficile, per il quale ci è rimasto il solo nome di
Francesco “di monna Bice”, che nel 1362 fornisce sei orci nuovi da
olio al monastero fiorentino di Santa Trinita, corrisponde però la
sempre più vasta fama dell'immagine della Madonna che si conservava
nella chiesa-madre, tanto che la pieve d'Impruneta assunse, nel
corso del Trecento, in un santuario al quale i fiorentini si
abituano a ricorrere in diverse occasioni della loro storia –
iniziando dalla disastrosa alluvione del 1333 e dal grande flagello
pestifero del 1348 - per allontanare, grazie all'immagine miracolosa
che vi si conserva, le sventure dalla loro città.
Nell’estimo del 1401 relativo al popolo di Santa Maria si ritrovano
poi i nomi Bartolo di Giovanni, il quale possiede una casa con
“fornace da orcia” in località Montecchio, di Michele di Piero, che
opera nel medesimo luogo, e di Giovanni di Gherardo, il quale
possiede invece la sua struttura produttiva “da orcia” nel luogo
significativamente detto Doglia. Per il modesto numero di fornaciai
che contiene, questo documento sembra suggerire una qualche
contrazione delle attività fittili imprunetine, che d’altronde
sarebbe ben spiegabile con la crisi economica e demografica del
periodo 1340-1454 circa: l’evidente trascuratezza nell’indicare il
mestiere dei tassati nell’estimo e la mancanza di notizie per gli
altri popoli che costituivano la Lega – ma nei quali la
concentrazione delle attività era minore – ostacola tuttavia
l’espressione di un giudizio fondato sulle vicende di quest’epoca.
Lo studio dei successivi catasti quattrocenteschi, del resto, contraddice una simile ipotesi, anche se occorre dire che le registrazioni in essi contenute attengono spesso a frazioni, e non all’interezza della proprietà, il che non rende agevole stabilire il numero delle unità produttive effettivamente in attività nei diversi periodi. Il numero dei possessori di fornace del popolo di Santa Maria Impruneta restò infatti nella prima metà del XV secolo sempre oltre la decina di unità (16 nel 1427; 15 nel 1429 e nel 1435; 11 nel 1451). Se, inoltre, nel 1458 e 1469 le iscrizioni catastali delle fornaci si riducono addirittura in maniera drastica (soltanto cinque e tre dichiarazioni rispettivamente), questi dati debbono considerarsi incompleti, visto che nel 1480 e nel 1487 il numero dei fornaciai proprietari risale a dodici. Pur se il dato congiunturale è per adesso di problematica valutazione, si può perciò affermare che nel Tre e Quattrocento restarono mediamente in attività nel centro principale di Impruneta almeno una decina di unità produttive.
Nel corso della prima
metà del XV secolo, del resto, si moltiplicano i documenti relativi
a forniture effettuate dai fornaciai imprunetini agli ospedali ed ai
conventi della città di Firenze; in molti casi, come avviene per gli
altri centri di produzione ceramica del Contado, questi rapporti
commerciali avvengono per tramite di parenti o soci di ceramisti
residenti all’Impruneta, i quali si trasferiscono nella Dominante
per esercitarvi il mestiere di “stovigliaio”, cioè di rivenditore di
generi fittili. Tra questi Cristofano di Bernardo, citato nei conti
di Santa Maria Nuova dal 1400 al 1455, Maffio di Niccolò, che invia
al medesimo nosocomio laterizi nel 1414, e Fruosino di Niccolò
(forse nipote del precedente), il quale vende “vasi di terra da
bucato” e laterizi all’Ospedale degli Innocenti ed al monastero
dell’Annunziata tra il 1448 ed il 1469. Anche un “Pippo istovigliaio”,
fornendo al monastero di San Luca “mezzine”, catini ed orci, oltre a
varie stoviglie, mostra di essere stabilmente collegato, per la
tipologia dei generi fittili che commercia, con i fornaciai del suo
luogo d’origine.
Non mancano, d’altronde, esempi di “stovigliai” imprunetini i quali,
pur esercitando la loro attività mercantile in Firenze, possiedono
un’unità produttiva nel luogo d’origine: tra questi Matteo di Meo di
Matteo, documentato sin dal 1427, che ha una casa con “fornace e
piazza” nel popolo di Santa Maria. Ancora più significativo del
rapporto che lega un’attività di rivenditore esercitata in città con
l’esercizio del mestiere di terracottaio è la vicenda di Paolo di
Francesco di Francesco Casini e di suo fratello Tobia: essi,
infatti, possiedono una fornace “con portichi da fare embrici” a
Santa Maria all’Impruneta, ma dal 1429 al 1442, qualificandosi anche
come “stovigliai”, vendono “mezzine”, catini ed embrici all’Ospedale
di Santa Maria Nuova, non disdegnando di accompagnare le loro
forniture di terrecotte anche con pentolame da cucina.
Con la ripresa
economica che prese l’avvio poco oltre la metà del Quattrocento
venne a moltiplicarsi il numero dei fornaciai imprunetini impegnati
a rifornire – questa volta senza l’intermediazione commerciale - il
mercato fiorentino: tra questi Antonio di Cecco, documentato dal
1472 al 1475, il quale fornisce “mezzine”, catini ed orci ai
conventi dell’Annunziata e di Sant’Ambrogio, e Bernardo di Matteo,
documentato nel 1475. Un capitolo a parte dei sempre più fitti
legami che uniscono i fornaciai imprunetini ad enti ed istituzioni
di Firenze nel corso del XV secolo riguarda il figlio del già citato
Paolo di Francesco Casini, Bernardo, e suo fratello Francesco, i
quali, tra il 1472 ed il 1496, furono “fornaciai di casa”
dell’Ospedale di Santa Maria Nuova: essi inviarono in quel periodo
al grande nosocomio fiorentino grandi quantità di “mezzine” (tra le
quali alcune della tenuta di mezzo barile – evidentemente da olio -
pari a litri 16,71), catini, orci ed anche laterizi.
Lo sviluppo delle attività fittili dell’Impruneta nel corso del XV
secolo trova anche attestazione nel fenomeno dell’emigrazione degli
artefici dal luogo d’origine, tipico delle vicende storiche che
riguardano i maggiori centri di fabbrica in età preindustriale;
essendo poco indagato, questo fenomeno mostra per il momento
un’emigrazione imprunetina indirizzata nella sola città di San
Gimignano, ma ciò è senza dubbio da imputare allo stato del tutto
occasionale delle ricerche. In San Gimignano, comunque, la presenza
di “un tal Pieri dell’Impruneta” fu segnalata dal Pecori, secondo il
quale questo fornaciaio tentò di avviare nel 1454, nei possedimenti
della pieve locale, un’attività ceramistica. Le indagini
archivistiche promosse successivamente da Galeazzo Cora mostrano
inoltre nella medesima San Gimignano la presenza dell’imprunetino
Giovanni di Francesco, che gestì la fornace da terrecotte di
proprietà del locale ospedale di Santa Fina ad iniziare dal 1474;
dal libro di amministrazione relativo si apprende che Giovanni
produceva catini, mezzine, conche grandi e piccole da bucato, orci
da olio e vari tipi di laterizi.
continua
[ Torna all'inizio della pagina ]
[ Torna all'inizio della pagina ]
| STORIE DELLA CERAMICA IN TOSCANA |
|---|
[ Torna all'inizio della pagina ]
www.ceramicatoscana.it è il sito dell'Associazione Terre di Toscana | e-mail info@ceramicatoscana.it