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Nel XVI secolo il rapporto tra il mercato fiorentino ed i fornaciai dell’Impruneta si fece sempre più importante; abbiamo così notizie di ceramisti che forniscono l’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova di brocche per l’acqua (1501, Antonio di Giovanni “5 mezine grandi…23 mezine mezane”; 1501, Naldino di Giovanni “13 mezine col manicho”; Andrea di Stefano “7 mezine per riempire le pentole”), talvolta assieme ad orci di piccola dimensione e catini (1501, Naldino di Giovanni “2 catini grandi e 5 orcetti); non mancano, inoltre, fornaciai che inviano al nosocomio generi vascolari e laterizi (1511, Mariotto di Frosino Berrini e suo figlio Frosino “3 vasi di terra e embrici”).
Si afferma comunque
nel corso del Cinquecento la specializzazione degli imprunetini
nella fabbricazione degli orci per lo stoccaggio dell’olio e delle
sostanze liquide o solide in genere, anche di discrete proporzioni,
i quali non mancano di comparire nei conti del grande ospedale
fiorentino (1501, Luigi di Casino “2 vassi di tenuta di barili 10
(!)”; 1522, Benedetto di Bernardo “4 dogli per tenere aqua istilata”;
1548, Niccolò di Nofri “per orcia 14”); anche le conche venivano
richieste dal nosocomio ai fornaciai dell’Impruneta per destinarle
sia all’uso interno (1588, Lorenzo di Giuliano Vantini “dua vasi per
fare bucati per le nostre monache”), che al giardino (1589, Bastiano
di Giovanni “10 vasi da limoni, per il giardino”; 1597, Francesco
d’Antonio “8 vasi da melaranci e limoni”).
Santa Maria Nuova non disdegnava infine di rifornirsi presso i
medesimi ceramisti anche per contenitori, probabilmente grezzi od
invetriati, da utilizzare nella sua grande speziaria (1519, Piero
d’Andrea “2 vasi da tenere el miele”; 1520, Benedetto di Bernardo “8
vasi per tenere latovari”).
La consistente
produzione degli orci imprunetini permetteva anche ai maestri
muratori fiorentini di approvvigionarsi presso quelle fornaci di
scarti di lavorazione, i quali consentivano di riempire le volte con
materiali relativamente leggeri, ma in grado, per la loro struttura
tondeggiante, di sorreggere i pavimenti. Già nel 1472 Antonio di
Cecco aveva fornito al convento di Sant’Ambrogio di Firenze “30
orcia rotte per la volta”, mentre un documento relativo alla
costruzione di una casa dei Salviati in via del Cocomero in Firenze
mostra come il 2 luglio del 1524 un altro fornaciaio imprunetino,
Zanobi d’Antonio, abbia fornito per questo scopo “18 orccia rotte
aute da lui, per mettere ne’ pié della volta”.
Facendosi sempre più marginale la produzione di manufatti utilitari
a destinazione domestica (“mezzine” e catini), è del resto
comprensibile come le fornaci imprunetine siano venute dedicandosi
con sempre maggiore impegno, durante l’Età Moderna, alla
fabbricazione di orci e conche.
L’evoluzione dell’agricoltura in Toscana, ed in particolare la
diffusione dell’olivicoltura, che allora superò nettamente quella
medievale, grazie anche all’espandersi del sistema mezzadrile e
fattorile, innescò inoltre un processo di mutamento morfologico
degli orci, ora indirizzati sempre più massicciamente allo
stoccaggio dell’olio d’oliva.
La necessità di
conservare, spesso nelle grandi orciaie delle fattorie, maggiori
quantità di sostanze olearie, determinò infatti un rapido incremento
dimensionale degli orci toscani, il quale fu realizzato sia
attraverso l’aumento dell’altezza media dei manufatti (dai 60-80
centimetri del Quattrocento agli oltre 100 del secolo seguente), sia
– ed in particolar modo – con un cospicuo allargamento del loro
diametro. Tra Cinque e Seicento l’orcio da olio imprunetino finì
così per assumere una fisionomia sempre più gonfia e panciuta,
tendendo ad allargare progressivamente la propria circonferenza; il
punto di massima espansione delle pareti restò però sempre collocato
ben oltre la metà dell’altezza, in maniera tale da creare una sorta
di “spalla”, e ciò conferì ancora per molto tempo a questi
contenitori quell’aspetto relativamente slanciato che, invece, essi
persero tra Sette ed Ottocento, allorquando venne affermandosi una
fisionomia globulare.
Pur avendo ormai assunto dimensioni di tutto rispetto, che ne
rendevano problematico il rovesciamento – tanto che per svuotarli
essi furono muniti di appositi fori, praticati nella parte inferiore
della parete – gli orci imprunetini (e toscani in genere) mantennero
sino alla fine del Seicento una bocca a versatoio, in tutto simile a
quella delle antiche brocche da acqua (le “mezzine”) medievali.
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