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Il particolare
sviluppo assunto dalla costruzione dei giardini, che in quegli anni
attinse le vette della più raffinata arte topiaria, fornì ai
ceramisti imprunetini l’opportunità di inserirsi nel nuovo mercato
delle terrecotte ornamentali, e diversificare così in tal senso la
loro produzione: l’alta resistenza alle intemperie che caratterizza
il cotto imprunetino, ben presto apprezzata dalla clientela, lo
rende infatti particolarmente adatto alla collocazione in esterno.
Nelle fornaci d’Impruneta si iniziano così a fabbricare cospicue
quantità di conche per la piantagione degli agrumi (abbiamo
incontrato in precedenza alcuni esempi cinquecenteschi), che spesso
assumono dimensioni di tutto rispetto, e poi basi per sollevare le
medesime, ma anche cassette da fiori e, infine, elementi
architettonici e statue ornamentali in terracotta.
Gli estensori
dell’Inchiesta granducale del 1768 affermarono, del resto, che le
fornaci imprunetine - delle quali purtroppo non seppero riferire il
numero - avevano annualmente prodotto nel periodo 1764-68 almeno 736
orci da olio, oltre 500 “vasi da piante e fiori”, 700 catini ed
altrettante conche, nonché circa 120 basi “da piante di agrumi”.
A questi manufatti di tipo vascolare si dovevano aggiungere almeno 6
statue in terracotta per anno, e questo dato, unitamente
all’articolazione tipologica delle attività, quale si può evincere
dal documento, conferma come le lavorazioni destinate
all’abbellimento ed alla decorazione dei giardini pareggiassero
ormai nell’attività di quei ceramisti le produzioni vascolari di
tipo tradizionale, tra le quali significativamente non compaiono più
adesso le “mezzine”.
Fausto Berti
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