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La città di Pisa ha
nelle vicende legate alla produzione della ceramica toscana un posto
del tutto particolare. Già la dovizia con la quale i suoi abitanti,
ad iniziare dall’XI secolo, rastrellarono le più belle ceramiche che
circolavano in ambito mediterraneo, per poi inserirle nei paramenti
murari delle chiese, fu probabilmente uno dei fattori che
maggiormente spinsero i vasai toscani alla sperimentazione delle
tecniche di copertura a smalto ed ingobbio.
Così, se non risulta al momento evidente una produzione di
protomaioliche o di graffite tirreniche in grado di porre Pisa a
fianco di centri come Savona (e, per le smaltate, Gela o Brindisi),
d’altra parte non sembrano sussistere dubbi soverchi sul fatto che
la Città crociata abbia per prima prodotto la maiolica arcaica in
Toscana.
Per la fiorente
industria fittile pisana si dimostrò però esiziale la conquista
fiorentina (1406), che sembra coincidere con l’interruzione della
fabbricazione locale della ceramica smaltata. Trascorsi però pochi
lustri (1440 circa), i vasai pisani si dedicarono alla produzione di
ceramica con ingobbio, segnando anche in questo caso un significato
primato regionale di precocità.
Ad onta di studi recenti. resta ancora nell’ombra la vicenda della
manifattura di ceramica e vetro che Niccolò Sisti avrebbe aperto in
Pisa nel 1591, indirizzandola alla produzione di maiolica sul
modello urbinate: l’assenza di menzioni dirette della fabbricazione
di ceramiche nella documentazione d’archivio non giunge infatti ad
avvalorare definitivamente l’indicazione offerta da manufatti di
questo genere che portano la scritta “Pisa”.
Più che per la maiolica, l’area pisana si mostra
particolarmente agguerrita nella fabbricazione della ceramica ad
ingobbio. Oltre ai centri di Montopoli,
Pomarance e Vicopisano, l’uso dell’ingobbiatura
si diffonde in altri luoghi di quest’area, come Volterra e Palaia.
Lungo le rive dell’Arno, da Santa Croce a Calcinaia, sorgono poi tra
Sette ed Ottocento numerose fabbriche di pentolame e di ceramica
grezza.
Fausto Berti
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