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Ben poco restava delle
manifatture italiche, allorquando sulle rovine dell’impero romano si
abbatté il turbine delle invasioni: emigrata ormai da secoli nelle
province, l’arte figulina aveva perduto quella straordinaria
capacità d’innovazione che, all’inizio della seconda metà del I
secolo a.C., si era manifestata nello splendore dei fiammeggianti
“vasi corallini” d’Arezzo.
Alla fine del IV e nel V secolo dell’Era volgare anche gli abitanti
delle città della Penisola, più adusi al lusso di quelli delle
campagne, da tempo dovevano accontentarsi di suppellettili da mensa
fabbricate al difuori dei suoi confini, e rivestite di una vernice
giallastra che poco aveva a che spartire con quella, rossa e
brillante, dell’antica “sigillata italica”.
Nei lunghi anni che
videro i nuovi dominatori, Goti e Longobardi, insediarsi in Toscana,
la produzione della ceramica regredì poi ai suoi minimi storici,
derivando da questi popoli, che imposero la loro cultura di genti
nomadi e guerriere, un approccio essenzialmente utilitario.
Nonostante ciò, la ricerca di qualità si nota ancora nel vasellame
altomedievale toscano destinato sia alla cucina che alla mensa, per
una tecnica di foggiatura ancora raffinata, nel permanere di tracce
d’ingobbiatura rossa e, infine, nell’adozione dell’invetriatura di
piombo sparsa sulla superficie vascolare, una novità assoluta per
l’Occidente.
Raccogliendo con pazienza le testimonianze di queste produzioni, gli
archeologi medievisti vanno ricostruendo la geografia produttiva dei
generi fittili in Toscana: un’attività che, sino al XII secolo,
mostra di collocarsi indifferentemente nelle città e nelle campagne,
senza luoghi di preminenza, dai quali si dipartino ben marcate
correnti d’esportazione.
Fu dunque quella sorta
di “rivoluzione”, segnata dall’avvio delle produzioni con ingobbio
sotto vetrina di piombo (la “graffita tirrenica”) e con ceramica
smaltata (la “protomaiolica”), i cui primordi si collocano attorno
al 1180, a creare un clima favorevole per la concentrazione delle
attività in un numero minore di località, favorite dalla
disponibilità del combustibile e delle materie prime, ma soprattutto
avvantaggiate dalla presenza di comunicazioni viarie e fluviali,
grazie alle quali ci si poteva relazionare con facilità ai mercati
extraregionali ed internazionali.
Dal 1240 circa, con la cosiddetta “maiolica arcaica”, le botteghe
che si dedicano alla produzione della ceramica da mensa vanno poi
incontro ad un vero e proprio salto di qualità. Produrre in
abbondanza la ceramica dotata di rivestimenti siliceo-metallici (con
vetrina piombica e smalto stannifero), e fabbricare colori mediante
gli ossidi di rame e di manganese, necessitava infatti non soltanto
di nuove competenze, ma anche di strutture idonee (il “fornello a
riverbero”), le quali complicavano notevolmente la struttura delle
fornaci. L’impiego di materie prime d’importazione (lo stagno)
rendeva poi indispensabile per i produttori instaurare un più
stretto rapporto con il mercato e con gli intermediari finanziari (i
mercanti) e, quindi, facilitava l’affermarsi di un inedito rapporto
tra capitale e artigiani ceramisti.
Dalle premesse gettate
nel corso del XIII secolo, è poi nel Trecento e nel Quattrocento,
con il sempre più rapido moltiplicarsi dei generi prodotti, che si
affacciano alla ribalta della storia i protagonisti della nostra
guida, i “centri di produzione della ceramica”, quei luoghi, cioè,
ove si concentra la fabbricazione dei fittili, destinati sia
soddisfare i consumi interni, sia ad essere esitati sui mercati
extraregionali ed internazionali.
Questa vicenda storica sostanzialmente unitaria, la quale sta a
fondamento dello sviluppo delle attività ceramistiche in diverse
località della Toscana, non vede però nelle pagine seguenti la
presenza delle città maggiori, quelle, cioè, assurte al rango di
capoluoghi di provincia, dopo che in epoca preindustriale
esercitarono le funzioni di “dominanti”, in quanto ad esse si
riferivano (politicamente, amministrativamente, etc.) territori più
o meno vasti, noti come “contadi” (dal latino medievale comitatus).
Si tratta peraltro di città come Pisa, Siena e Firenze, ove la
produzione della ceramica fu largamente esercitata, pur se talvolta
andò incontro (come a Firenze e Pisa) ad importanti cesure
cronologiche.
Uno studio che voglia dar conto appieno della realtà regionale non
potrebbe, dunque, dimenticare questi luoghi, ove, tra l’altro,
maturarono esperienze di fondamentale importanza per lo sviluppo
dell’arte ceramica in Toscana: a Pisa, ad esempio, si collocano sia
le prime fornaci che si dedicano alla cosiddetta “maiolica arcaica”,
sia gli esordi regionali delle ingobbiate tardo-medievali.
Premesso che in questa
sede non abbiamo certo la pretesa di narrare in tutti i suoi aspetti
la storia della ceramica in Toscana, ma intendiamo piuttosto
invitarvi alla “scoperta” dei luoghi di questa regione storicamente
“vocati” all’attività fittile - i quali coincidono spesso con
moderne cittadine di media e piccola consistenza demografica – si
deve altresì sottolineare come la scelta di volgersi ai centri del
“contado”, assurgendoli al rango protagonisti della nostra
narrazione, ci consente di porre in luce una questione fondamentale
importanza storica: la differente fisionomia, cioè, dei luoghi ove
si concentra la produzione della ceramica in epoca bassomedievale.
Il nocciolo della questione attiene sostanzialmente al mercato.
Produrre ceramica in città significava infatti in età preindustriale
lavorare soprattutto per un mercato interno relativamente ampio,
rifornendo gli esercizi di stovigliaio (i rivenditori al minuto)
presenti entro le mura, ma anche gli ospedali, i conventi cittadini
ed i maggiorenti del luogo, per i quali si produceva su commissione.
I vasai del contado dovevano invece relazionarsi con più generi di
mercati lontani, e l’esito commerciale delle loro operazioni a vasto
raggio dipendeva non soltanto dalla capacità di penetrazione dei
loro manufatti nelle città e nei centri viciniori, ma anche dalle
correnti di esportazione di portata extraregionale ed internazionale
che essi riuscivano ad alimentare.
Sappiamo bene come sia stato tutt’altro che facile realizzare queste
condizioni favorevoli. La città, in primo luogo, difendeva le
proprie attività economiche rivolgendo verso l’esterno la cintura
protezionistica delle sue corporazioni: la documentazione
archivistica, sia toscana che extraregionale, è piena zeppa di
testimonianze in tal senso.
Non fu però
sufficiente alle città porre balzelli (l’obbligo di iscriversi alle
matricole dell’arte cittadina, l’istituzione di tasse straordinarie
che aggravavano l’importazione, etc.) per arginare l’aggressività
dei centri comitatini.
Nonostante questi sforzi, infatti, i ceramisti del contado
penetrarono agevolmente nelle città, mettendosi al servizio di
ospedali e conventi, dei quali presto divennero “vasai di casa”; i
loro parenti aprirono esercizi di stovigliaio che mantennero un filo
diretto con le fornaci del luogo d’origine, accreditando così la
presenza di queste ultime sul mercato urbano. I mercanti che
operavano in città, ma avevano ampi possedimenti nel territorio
circostante, potevano d’altronde ben comprendere come quest’arte
fosse meglio esercitata fuori delle mura: qui, infatti, si poteva
accedere con relativa facilità alle materie prime ed al
combustibile, la manodopera risultava più a buon mercato, e la
cornice corporativa non riusciva a condizionare l’organizzazione
delle botteghe.
E' quindi nei centri comitatini – paradossalmente, se vogliamo – e non nelle città, che si realizza quel connubio tra capitale mercantile ed attività ceramistica in grado di spingere quest’ultima al livello elevato di “quasi-manifattura”, cioè ad un’articolazione della produzione fittile che, pur suddivisa ancora secondo una logica artigiana, vedeva tutte le unità produttive collegate tra di loro in rapporti societari, finalizzati a soddisfare la committenza dei mercanti-imprenditori. Nessuna maglia corporativa, per quanto robusta, può in tal modo opporsi alle necessità oggettive del lavoro “seriale”, tanto che la logica autarchica della bottega viene spesso abbandonata in favore della specializazzione, anticamera di nuovi (ed allora inediti) rapporti di dipendenza.
Non per caso un’evidente similitudine accomuna la
vicenda di Montelupo a quella della cittadina spagnola di Manises,
nel territorio di Valencia: i due centri che per lunghi anni
dominarono il mercato mediterraneo della maiolica. Come in Spagna fu
la famiglia dei Boils a supportare con i propri capitali la
produzione locale, infatti, spingendola alla conquista dei mercati
esteri, così i vasai montelupini riuscirono nel medesimo intento
grazie ai vettori commerciali degli Antinori, ed al trust
finalizzato al commercio extraregionale da essi costituito.
Possiamo insomma affermare che la caratteristica comune dei centri
di fabbrica toscani dei quali ci occupiamo in questa sede, consiste
proprio nell’aver sempre prodotto ceramiche per un mercato esterno,
ben diverso da quello “prossimo” al quale si dedicavano i vasai
collocati nelle città maggiori. Fatto salvo questo carattere comune,
è però ovvio come ognuno di questi luoghi evidenzi una fisionomia
propria ed inconfondibile, in grado di complicare e trascendere di
molto il suo inserimento in una mera categoria tipologica.
Alcuni tra loro, come Impruneta e Montelupo, mostrano, ad esempio, un percorso storico che, nonostante momenti di evidente di difficoltà, procede sostanzialmente ininterrotto per ben sette secoli, occupando l’intero arco cronologico della vicenda storica dei “centri di fabbrica”, mentre altri, nei quali la produzione della ceramica non rappresentava, come nei casi precedenti, una fetta preponderante dell’economia locale, sono coinvolti in uno sviluppo meno lineare, ove momenti di cesura seguono una fase d’avvio altrettanto precoce. Nonostante ciò, si può notare come, a distanza di un congruo lasso di tempo, in questi stessi luoghi si torni puntualmente a lavorare l’argilla ed a costruire nuove fornaci. Centri, dunque, anch’essi “vocati”, nei quali, l’attività ceramistica percorse il medesimo arco cronologico, iniziando la sua avventura tra Tre e Quattrocento, e consolidandosi poi nel secolo seguente.
La crisi generale del
Seicento mise però a dura prova tutte queste tradizioni produttive
che ormai potevano dirsi plurisecolari, determinandone talvolta
l’interruzione (si veda, ad esempio, il caso di Pomarance). Tra Sei
e Settecento si colloca così il momento più difficile attraversato
da tutti centri ceramici d’Italia: a questa temperie sfavorevole,
dovuta anche ad un radicale mutamento della tecnologia e della
stessa geografia economica mondiale, alcuni di essi riuscirono a
reagire, dando vita a nuove attività che, oltre un momento
d’incertezza, vissuto sino alla prima metà dell’Ottocento, seppero
poi agganciarsi al “decollo” industriale italiano. Tra essi,
tuttavia, non mancano casi nei quali il tragitto storico della
produzione fu più breve, ma non per questo estraneo o difforme
rispetto al processo di lungo periodo che abbiamo sommariamente
descritto.
In corrispondenza della crisi attraversata dalle lavorazioni
tradizioni, quale poc’anzi si richiamava, si avvertì infatti
l’esigenza di innovare la fabbricazione della ceramica, e si pensò
così di far riferimento ai luoghi, sia toscani che extraregionali,
ove quest’arte era ancora esercitata con successo. Ceramisti liguri
(cioé savonesi ed albisolesi) iniziarono perciò a trasferirsi in
Toscana, aprendo fornaci a Lucca, a San Quirico d’Orcia ed Empoli.
Il periodo 1650-1760, oltre che per la presenza di questi valenti vasai del Ponente ligure (ma anche del laziale Bartolomeo Terchi) in Toscana, deve essere ricordato anche per una spiccata mobilità della manodopera regionale, la quale, muovendo dai centri tradizionali (ad esempio da Asciano), venne ad indirizzarsi verso terre che in precedenza erano state coinvolte solo marginalmente nell’attività ceramistica. Queste nuove imprese furono possibili solo grazie al supporto di finanziatori che, a fronte di una sempre più grave dipendenza dall’estero della Toscana (fortissima era l’importazione della maiolica di Delft e del cosiddetto “vasellame di Genova”, sempre proveniente da Savona ed Albisola), non mancavano di valutare con interesse gli spazi aperti, specie nel corso del XVIII secolo, ad una ripresa della produzione di qualità.
Spogliata della sua
straordinaria cornice culturale – alla quale, tra l’altro, ci si
richiama spesso in maniera inadeguata a restituirne la profondità –
l’avventura che nel 1737 condusse il marchese Carlo Ginori alla
fabbricazione della ceramica in quel di Doccia di Sesto Fiorentino,
si riduce anch’essa ad episodio di questa ricerca di rinnovamento
della tradizione ceramica regionale. Ridotte ai suoi minimi termini,
le origini della manifattura di Doccia possono così essere
accomunate all’impresa dei Chigi a San Quirico d’Orcia, accostate
alla successiva costruzione (con i capitali di Pietro Dazzi?) della
fornace di Domenico Lorenzo Levantino in Empoli, od anche
all’edificazione della manifattura di Catrosse di Cortona,
nell’omonima villa dei Venuti.
Quanto, poi, questi tentativi rappresentino un fenomeno ancor più
vasto, che bene s’inquadra nel risveglio di un’Italia non ancora
illuminista, ma di certo già scossa da un potente anelito di riforma
e modernizzazione, lo si può riscontrare persino nella vicenda
personale del primo storico di quest’arte, Giovambattista Passeri
(1694-1780), nel suo impegno – quasi un assillo – volto a
risollevare le sorti della ceramica in Pesaro, Deruta ed Urbino e,
persino, a sperimentare di persona la fabbricazione della
porcellana.
Molti episodi del
tentato rinnovamento della produzione fittile in Toscana, del resto,
ci sfuggono in quanto di essi restano al momento solo flebili tracce
nelle carte d’archivio: non sempre, dunque, i tentativi di innovare
ottennero il successo che probabilmente avrebbero meritato, andando
incontro ad ostacoli insormontabili, specie allorquando si
indirizzarono verso località che non potevano vantare la deriva
profonda degli antichi “centri di produzione”.
Abbiamo però anticipato poc’anzi, come, esaurita questa fase di
difficoltà protrattasi per circa due secoli (1630-1830), la
fabbricazione della ceramica abbia potuto lentamente a consolidarsi
nei centri superstiti, tanto da potervi essere incrementata
considerevolmente nell’ultimo ventennio dell’Ottocento,
traghettandola così nel secolo successivo.
Il “decollo” industriale italiano, tuttavia, non consentì soltanto
ai luoghi della tradizione di sviluppare nuovamente le attività
superstiti, ma offrì anche il destro ad imprenditori sensibili al
nuovo clima culturale, favorevole alla ricerca estetica ed alle arti
applicate, di innalzare il livello delle attività ceramistiche
attraverso l’impianto di nuove fabbriche. Questo fecero i Bondi,
trasformando una fabbrica di laterizi in una raffinata manifattura
d’arte in quel di Signa, ed altrettanto realizzarono i Chini a Borgo
San Lorenzo, dopo una parentesi fiorentina: ad essi potremmo
aggiungere anche i Milani, anche se questa famiglia agì in Montopoli
solo qualche decennio più tardi.
Le pagine di questo sito sono dunque dedicate alla scoperta delle
radici profonde del mestiere del ceramista in Toscana, ed
all’identità di alcune “terre” di questa regione vocate alle diverse
attività fittili; in esse, però, trovano spazio anche i tentativi di
rendere più moderna e piacevole quest’arte millenaria, ai quali si
dedicarono, dal XVIII secolo in poi, uomini valenti e generosi: un
invito, insomma, a conoscere la storia di luoghi e personaggi
attraverso il cangiante caleidoscopio delle forme e dei colori della
ceramica.
Fausto Berti
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