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La città di Siena e
non pochi centri del suo territorio occupano un posto di primo piano
nella storia della ceramica italiana per precocità e raffinatezza
delle lavorazioni smaltate. In area senese, infatti, la maiolica
arcaica mostra caratteri distintivi rispetto a quella pisana – più
attratta dai decori geometrici – e a quella fiorentina – fondata
invece su un repertorio figurativo di più modesto livello. La
ricchezza e la fantasia della tradizione senese e il visibile
distacco della medesima dalle produzioni regionali coeve hanno
suggerito, all’inizio del XX secolo, una classificazione che tendeva
piuttosto ad avvicinarla al gruppo umbrolaziale e in particolare
alla maiolica arcaica orvietana.
Gran parte delle argomentazioni in favore del distacco
dell’esperienza senese dal resto della Toscana si basavano anche sul
ritrovamento di un gruppo cospicuo di scarti di lavorazione di
maiolica databili addirittura alla prima metà del Duecento,
fortunosamente rinvenuti nel palazzo pubblico di Montalcino. I
reperti montalcinesi, infatti, oltre a manifestare un’evidente
similitudine con le maioliche arcaiche di Siena, mostravano un
repertorio figurativo di grande effetto formale, la cui adozione da
parte di botteghe operanti in centri del contado non poteva che
essere attribuita a una koiné relativamente vasta, propria a un’area
dell’Italia centrale che da tempo immemorabile era legata da scambi
e da rapporti reciproci.
Oltre a Siena e Montalcino, una produzione di ceramiche smaltate
doveva interessare negli anni del Basso Medioevo anche Asciano,
Montepulciano, Buonconvento e Roccastrada; sicuramente questo genere
di lavorazioni, come mostrano recenti ritrovamenti, veniva
effettuata anche a San Gimignano.
La presenza nel
territorio senese di argilla caolinica da utilizzarsi come ingobbio
favorì sin dalla metà del XV secolo l’adozione da parte dei
ceramisti senesi di un’importante scelta tecnologica che, peraltro,
fu determinata dall’evoluzione del mercato.
La sempre più massiccia importazione in Toscana delle smaltate
prodotte nel Levante spagnolo (le sole che in origine si chiamavano
maioliche, cioè ceramiche provenienti da Maiorca) ebbe l’effetto di
rendere desueta l’arcaica, che, tuttavia, continuò a prodursi con
qualche abbellimento di dettaglio sino all’inizio del Cinquecento
come prodotto tradizionale destinato al consumo dei ceti meno
abbienti.
La necessità di diversificare i generi e, nel contempo, di
fabbricare maioliche dotate di una smaltatura sempre più candida
suggerì dunque l’adozione dell’ingobbiatura del bistugio (altrimenti
di colore rosso, dovuto alla presenza di ferro nell’argilla), prima
che questi fosse sottoposto a smaltatura. Questa tecnica, utile a
ottenere una superficie smaltata priva di toni violacei, risulta
assai diversa rispetto a quella adottata dai ceramisti fiorentini
che invece si basa sull’elaborazione di un impasto argilloso il
quale, grazie all’aggiunta di calcio, diveniva completamente bianco.
La tecnica dell’ingobbiatura del bistugio divenne così il tratto
caratteristico di buona parte della fabbricazione dei nuovi generi
smaltati dell’area senese.
Possiamo affermare, sulla base delle attuali conoscenze, che la produzione di ceramica ingobbiata e graffita sotto vetrina dell’area senese si concentrasse soprattutto ad Asciano e a San Gimignano, dove la ricerca archeologica ha recuperato una grande quantità di scarti di lavorazione, databili soprattutto tra Quattro e Cinquecento: una cronologia relativamente “alta”, che trova riscontri anche nella coeva produzione fittile della Dominante, e che deve perciò ritenersi caratteristica dell’intera area. L’ampio uso dell’ingobbio fu consentito dalla presenza nel territorio di ampi affioramenti di sottile argilla caolinica, adattissima a velare di bianco il bistugio ceramico. Fermo restando il primato pisano anche in questo campo, è del resto significativo che gran parte della produzione d’ingobbiata e graffita sotto vetrina documentata nella seconda metà del XV secolo nell’area della Valdelsa (Castelfiorentino) e del Medio Valdarno (Montelupo, Pontorme, Empoli), mostra un’evidente, spiccata vicinanza ai consimili prodotti senesi dovuta senza dubbio a una forte influenza tecnologica e decorativa esercitata da questi ultimi sull’attività dei loro colleghi “fiorentini”.
Le produzioni senesi
rinascimentali si indirizzano, però, verso la maiolica, avvalendosi
tanto della tecnica del bistugio ingobbiato, quanto dell’impiego di
argille povere di ferro che restano biancastre dopo aver subito la
prima cottura a temperatura più elevata. Caratteristica della
produzione di questo periodo è il cromatismo: in ossequio ai dettami
dell’epoca, in esso trova largo spazio il blu di cobalto, ma a
quest’ultimo vengono accostati il giallo-antimonio e l’arancio-ferraccia,
dando vita a inconsueti accostamenti di tinte fredde e calde,
talvolta resi ancora più complessi dall’impiego di un pigmento nero
dai toni profondi e brillanti, ottenuto probabilmente da una
mescolanza di cobalto e manganese.
Il decoro che maggiormente caratterizza questa stagione produttiva è
la grottesca, variata in mille composizioni diverse, che spesso
spiccano all’interno di settori campiti di giallo o arancio.
Importante è anche l’imitazione della porcellana, qui realizzata
nell’usuale monocromia blu, ma seguendo peculiari modalità grafiche
nella costruzione dei motivi principali e accoppiandola spesso a
parti centrali figurate.
Di grande interesse, oltre alle produzioni a destinazione
farmaceutica – con i caratteristici
alberelli ansati di notevole dimensione – sono i pavimenti
maiolicati alla cui fabbricazione i vasai di Siena si dedicano con
grande passione e che la
città utilizza per adornare i suoi monumenti principali.
A Siena lavorarono sin dalla fine del XV secolo vasai immigrati
faentini e urbinati. Nonostante questi apporti esterni, che in
passato hanno anche alimentato ingiustificate affermazioni, tendenti
ad attribuire alla maiolica senese una qualche dipendenza da quella
faentina, la produzione della ceramica mostra in Siena caratteri
peculiari, ancora in attesa di essere rilevati in una storia
complessiva, che unifichi e approfondisca i numerosi contributi alla
conoscenza della sua stagione rinascimentale sin qui disponibili.
Anche Siena, come gli
altri centri dediti soprattutto alla fabbricazione della ceramica
smaltata, avvertì i primi, consistenti sintomi di crisi sul finire
del XVI secolo. Sempre più ridimensionata sotto il profilo
qualitativo e quantitativo, l’attività proseguì comunque sino ai
giorni nostri. Dall’Inchiesta sulle manifatture del 1768 risultava
che nella città operavano allora soltanto tre botteghe; un’indagine
effettuata nei libri commerciali della corporazione, inoltre,
evidenziava una diminuzione delle attività “di quasi tre quarti da
cinquant’anni in qua”.
In parallelo con la crisi della manifatture tradizionali, si
manifestava dunque anche nell’area senese la possibilità di
riprendere una produzione smaltata di qualità, opportunità colta dal
cardinale Flavio Chigi che nel 1693 costruì una fornace da maioliche
presso San Quirico d’Orcia, a Fonte alla Vena, cui seguì
l’edificazione
di due nuove fornaci nella villa di Cetinale e a Siena, in località
Vico Bello.
All’inizio delle attività troviamo nelle manifatture chigiane
artigiani locali, quali il pittore Giovan Battista Massaini, e poi,
dal 1710, Francesco Antonio Piergentili; ma già nel 1712 opererà a
San Quirico il “genovese” (forse albisolese) Stefano Grogio. Nel
1717 giunse da Roma a Fonte alla Vena il giovane Bartolomeo Terchi
(trasferitosi nel 1724 a Siena) che, insieme a un altro grande
pittore, Ferdinando Maria Campani (1702-1771), detto anche “il
Raffaello della maiolica”, riprese i soggetti dell’antico istoriato,
svincolandoli però dalla stanca ripetizione delle illustrazioni a
stampa, per volgersi alla libera invenzione di scene a carattere
arcadico.
Nonostante vi siano tracce della prosecuzione delle attività per
tutto il Settecento, le imprese chigiane mostrano però segni di
evidente decadenza alla metà di quel secolo, tanto che di esse non
si tratta esplicitmente nella Relazione del 1768.
Siena, tuttavia, doveva tornare alla ribalta della ceramica grazie
al genio di Bernardino Pepi che, a partire dagli anni quaranta del
XIX secolo, si dedicò allo studio dell’antica maiolica toscana della
quale seppe fornire riproduzioni di stupefacente similitudine,
avviando così quella stagione del gusto che fu detta anche dello
storicismo.
Fausto Berti
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