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L'antica tradizione manifatturiera di questo antico borgo medievale “intra Tevero et Arno”, è ampiamente attestata dalla documentazione archivistica, anche se si tratta di una produzione ceramica ancora tutta da scoprire nella sua materiale concretezza. La Relazione sullo stato delle manifatture, redatta nel 1768, individua, ad esempio, tre fornaci in attività in Anghiari, le quali sono accreditate della fabbricazione di vasellame - invetriato o privo rivestimento - in una quantità stimabile a circa 400 some. Il genere invetriato “consistente in chicchere, ciotole, caldani”, rivestito “con vernice nera, rosa, bianca e mischiata” era anche oggetto d’esportazione sui mercati di “San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Città di Castello, Stato Pontificio”.
Sarà proprio la
“vernice nera”, cioè un’invetriatura realizzata attraverso la
sapiente mescolanza della componente siliceo-metallica con un
eccellente bruno di manganese, in grado di colorare le ceramiche
d’un nero brillante ed uniforme, a rappresentare la punta di
diamante e la nota più caratteristica della produzione fittile
locale, sia destinata alla mensa (zuppiere tondeggianti a coperchio
conico) che agli usi domestici in generale (scaldini, candelieri,
etc.).
Benché, dunque, all’origine le varie botteghe artigiane di
produzione ceramica siano principalmente finalizzate alla
fabbricazione di manufatti di tipo popolare, questa tipologia di
prodotti è non di rado affiancata da generi di tipo artistico, che
si sviluppano in tempi e modi diversi. Difatti, in relazione ai
periodi di maggiore sviluppo economico, si individua un relativo
aumento del numero e delle tipologie di manufatti prodotti,
caratterizzati da decori elaborati con maggiore ricercatezza.
L'importanza e la
varietà delle produzioni ceramiche anghiaresi giungono al loro
massimo sviluppo nel corso del XIX secolo. Difatti, intorno al 1810
il maire (sindaco) di Anghiari accenna, in riferimento alle
specificità industriali del paese, al fatto che “vi sono delle
fabbriche di terraglie ordinarie di ogni genere per usi delle
cucine. Vi si fabbricano dei scaldini che hanno un qualche credito”.
Nei primi decenni dell’Ottocento la qualità dei prodotti realizzati
dagli artigiani anghiaresi sembra già attestarsi ad un notevole
livello di rinomanza, se consideriamo la presenza nel centro
tiberino di alcuni giovani qui trasferitisi da Barga (Lucca)
appositamente per apprendere l’arte ceramica.
A dimostrazione della grande diffusione delle produzioni ceramiche
di Anghiari nel sec. XIX, è documentato che i prodotti anghiaresi
“servono al consumo di tutta la Valle Tiberina Toscana e trovano
esito annuo in alcune località della prossima Valle Casentinese.
Questa industria va aumentando e perfezionandosi. L’abbondanza dei
combustibili, la bontà delle materie prime e la facilità dello
smercio dei prodotti sono le cause che rendono abbastanza lucroso
l’esercizio di tale industria, e ne favoriscono perciò lo sviluppo
ed il perfezionamento”. La qualità delle stoviglie anghiaresi è
inoltre ampiamente riconosciuta nell’ambito di mostre e fiere,
nazionali ed internazionali, cui le varie manifatture artigiane
partecipano con successo in questo periodo.
Tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio Novecento, inoltre, in questo centro
tiberino si costituisce la Società degli Stovigliai di Anghiari,
un’associazione formatasi attorno a questa che si pone come una
rilevante attività economica del territorio.
E se il sec. XX si apre già all’insegna di un incipiente tramonto -
testimoniato dal progressivo abbandono del territorio da parte delle
giovani maestranze, cui s’accompagna una riduzione del numero delle
fornaci dove lavorano un sempre più limitato numero di persone –
esso è tuttavia riscattato dal fervore e dalla tenacia con cui gli
artigiani che lasciano il centro tiberino esportano la propria
professionalità verso nuove destinazioni, come Castiglion
Fiorentino, Monte San Savino, Città di Castello, Gualdo Tadino,
finanche a Locarno ed Ascona in Svizzera. È così che le produzioni
ceramiche tiberine hanno avuto fecondi sviluppi grazie all’attività
svolta dai vasai anghiaresi nei vari centri dove essi si
trasferiscono, ivi continuando ad esercitare il proprio mestiere e a
diffonderlo tra volenterosi e spesso talentuosi apprendisti:
un’attività manifatturiera che nonostante tutto consente loro di
continuare a vivere con dignità l’esercizio della propria arte.
Valentino Minocchi
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Scaldino di metà '800
Zuppiere tra fine '800
e primi '900



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