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Le attività
ceramistiche nel territorio di Carmignano si concentrarono,
probabilmente già verso la metà del XIII secolo, a Bacchereto, un
borgo a nord del capoluogo.
Vasai baccheretani sono infatti presenti sin dai primi anni del XIV
secolo a Pisa ed Empoli dove esercitano la loro attività di
ceramisti a dimostrazione di una capacità produttiva (Pisa, in
particolare, era allora uno dei maggiori centri di fabbrica della
maiolica) e, nel contempo, di una mobilità professionale che trova
ben pochi confronti nella coeva realtà regionale.
All’inizio della
seconda metà del Trecento, inoltre, gli orciolai di Bacchereto
cominciano a trasferire le loro botteghe a Firenze, avviando quel
processo di accreditamento dei vasai provenienti dal contado non
soltanto sul mercato cittadino, ma anche presso le istituzioni più
prestigiose della città, quali l’ospedale di Santa Maria Nuova e i
maggiori cenobi.
Costruendo fornaci nei fondi di ospedali e conventi, i baccheretani
si trovarono ben presto a esercitare le funzioni di “vasai di casa”.
Fu così che i Giunti, con Tugio e suo figlio Giunta, portarono
l’impresa familiare, trasferita in Firenze, ai massimi livelli,
ottenendo tra l’altro la storica commessa del 1431 per la
realizzazione di un “fornimento” vascolare appositamente progettato
per la spezieria di Santa Maria Nuova.
Questi vasai baccheretani inurbati, inoltre, data la vicinanza con
gli artefici che costruirono la Firenze protorinascimentale,
svolsero probabilmente anche un ruolo di “antenna tecnologica” a
beneficio dei loro colleghi che operavano nell’area fiorentina e con
i quali essi ebbero poi modo di collaborare: impegnati in imprese
“pubbliche” assieme a valenti artisti e architetti, approfittarono
dell’occasione per migliorare, sotto il profilo tecnico ed estetico,
i loro prodotti. La maiolica “fiorentina” infatti a iniziare dagli
ultimi lustri del Trecento – in coincidenza, cioè col primo,
massiccio inurbamento di vasai provenienti in particolare da
Bacchereto – denota un considerevole progresso tecnico, dovuto al
miglioramento degli impasti, degli smalti e dei pigmenti.
Bacchereto fu posto
all’attenzione degli storici della ceramica da Galeazzo Cora, grazie
alle abbondanti tracce che l’attività dei vasai baccheretani
inurbati aveva lasciato nella documentazione d’archivio.
Pubblicando la sua Storia della maiolica di Firenze e del Contado
nel 1973, Cora rese noto anche un cospicuo lotto di documenti
ceramici rinvenuti durante scavi e ricerche su scarichi di fornace
nel territorio di Bacchereto. La conoscenza della produzione
ceramica baccheretana si è poi ulteriormente ampliata, grazie a un
recupero effettuato alcuni anni più tardi dalla Soprintendenza
Archeologica per la Toscana.
Tale documentazione materiale di sicura origine mostra come le
fornaci di Bacchereto abbiano lavorato intensamente in tutto il
periodo bassomedievale, cioè dalla comparsa della “maiolica arcaica”
(attorno alla metà del XIII secolo) sino alla fine del XV secolo,
all’epoca dei primi generi vascolari rinascimentali. In questo lungo
lasso di tempo le imprese baccheretane svilupparono tutte le
tipologie decorative che caratterizzano la maiolica dell’area
fiorentina: la “maiolica arcaica” nelle sue varie versioni (compresa
quella in blu), la cosiddetta “famiglia verde”, la “zaffera”, sia
bicroma che in tricromia, nonché gran parte dei generi noti come “italo-moreschi”,
e in particolare quelli in monocromia azzurra o dipinti secondo i
dettami della “tavolozza fredda”.
A partire dagli anni
sessanta, però, in ragione della progressiva concentrazione della
produzione ceramica “fiorentina” in Montelupo, alcune importanti
dinastie di ceramisti baccheretani si trasferirono in varie “terre
murate” del Valdarno, più favorite nel commercio a lunga distanza
grazie alla prossimità con la via d’acqua che permetteva alle merci
di raggiungere con relativa facilità i porti tirrenici. Così i
Calabranci si stabilirono a Montelupo, gli Spigliati a Pontorme e
altri a Prato e Pistoia, controllando in breve tempo il mercato
locale.
La “seconda ondata” dell’emigrazione baccheretana, successiva a
quella trecentesca, diretta soprattutto verso Firenze, finì però
probabilmente per compromettere gli equilibri produttivi nel luogo
d’origine dove le lavorazioni cessano del tutto nel corso del XVI
secolo. Nell’ultima fase della loro attività le fornaci del
Montalbano, abbandonando l’antica fabbricazione della maiolica, si
rivolgono alle ingobbiate (dipinte e graffite), allineandosi così –
a riprova di una nuova marginalità – alle tendenze radicatesi nei
più piccoli centri di fabbrica.
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Frammento di ceramica prodotta a Bacchereto nel
XV secolo, ora esposto al
Museo Archeologico
di Artimino
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