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Il territorio di
Vicopisano è uno dei molti che storicamente hanno animato la
produzione della ceramica in Toscana, ma che nonostante ciò
aspettano ancora quelle ricerche storiche in grado di acclarare
definitivamente il loro ruolo nello sviluppo regionale delle arti
fittili. La “terra murata” principale, punto essenziale del
popolamento e della salvaguardia dei confini della città di Pisa,
poi piegata a piazzaforte dei Fiorentini, in particolare, dovette
precocemente partecipare al processo di diffusione della “maiolica
arcaica”, mediante l’attività di botteghe “cittadine” i cui prodotti
sono ancora da riconoscere nella vasta congerie dei manufatti
smaltati “pisani” esportati in tutto il bacino del Mediterraneo.
La conquista fiorentina di Pisa (1406) e l’evidente boicottaggio
imposto dalla Dominante alle attività economiche della Città
crociata e del suo Contado, determinarono con ogni probabilità un
iniziale regresso delle lavorazioni fittili, al quale Pisa seppe
tuttavia rispondere nel medio periodo (circa 1440) con l’avvio di
nuove lavorazioni, ed in particolare promuovendo un’inedita (per la
Toscana) fabbricazione di ingobbiata e graffita. Ben poco sappiamo
su questa svolta tecnologica e produttiva pisana, la quale venne
probabilmente a sfruttare affioramenti di argille caoliniche
rinvenuti sia nel Contado pisano che in aree del senese ben
collegati al porto di Pisa attraverso la navigazione di cabotaggio.
Manca ancora per
Vicopisano una testimonianza diffusa di questa riconversione
quattrocentesca alle ingobbiate, la quale permise ai vasai di quel
territorio di sostenere, spesso non senza importanti risultati
commerciali, l’invasione delle ceramiche smaltate fiorentine,
animate soprattutto dalle fornaci di Montelupo, e favorite
dall’introduzione del capitale mercantile della Città gigliata in
quelle imprese ceramiche.
Le prime tracce sinora assodate di un’attività ceramistica nel
territorio comunale di Vicopisano si trovano in documenti inediti
del Cinquecento, conservati presso il locale Archivio Storico. Le
testimonianze indicano come la produzione fittile fosse allora
concentrata nell’attuale frazione di San Giovanni alla Vena, borgo
posto sulla riva dell’Arno, ove si potevano sfruttare con relativa
facilità i depositi argillosi del fiume, e nel contempo utilizzare
la via d’acqua per il trasporto del prodotto finito. La
documentazione archivistica mostra anche come si tratti soprattutto
della fabbricazione di pentolame da cucina: è dunque possibile che i
mutamenti economici avvenuti nel corso del XVI secolo abbiano
favorito questo genere di specializzazione ed il radicamento delle
nuove fornaci in San Giovanni.
In uno scritto redatto
in occasione della famosa alluvione del 1559, trattando dei danni
subiti dai ceramisti del luogo, si afferma infatti che le acque
hanno “portato via…una quantità grande di legname per fornace, e
guasto molti lavori di pentolai..”, mentre un elenco stilato pochi
anni dopo, nel 1562, cita i “maestri di terra rossa, cioè brocche,
pignatte e tegami”, individuando dunque in questo genere la
produzione di quei vasai. Non è tuttavia improbabile che accanto ai
fabbricanti di pentolame, si siano qui sviluppate anche quelle
produzioni ad ingobbio (graffite, dipinte, schizzate e
“marmorizzate” sotto vetrina piombica), che in quegli anni invadono
il mercato regionale.
Una situazione più precisa la abbiamo nel 1587, quando a San
Giovanni vengono censite con precisione (tipologia, dislocazione,
proprietà) ben 27 fornaci tutte “cocenti pentole et altre stoviglie”
e si citano i nominativi di 29 stovigliai (in stragrande maggioranza
padroni delle succitate fornaci). Si delinea quindi una notevole
attività, fortemente legata al paese e senza interventi di capitali
cittadini.
Sfaldatosi
definitivamente, nel corso del XVIII secolo, la produzione di generi
“succedanei”, la ripresa economica registratasi sul finire dell’Età
Moderna, e ancor più all’inizio dell’Ottocento, vide le fornaci
attive nel territorio di Vicopisano impegnate nella fabbricazione di
catini ed altri manufatti utilitari, nei quali la tecnica dell’ingobbio
e, soprattutto, dell’invetriatura, rappresentava ancora il
fondamento.
Fu allora la frazione di Cucigliana, prossima a quella di San
Giovanni alla Vena, ad affiancarsi a quest’ultima, sviluppando con
particolare vivacità nuove lavorazioni. Una relazione del 1854 vi
individua infatti una fabbrica di “piatti neri all’uso di Genova”,
la quale arrivava a produrre sino a 23.000 dozzine di questi
manufatti, oggetto di smercio nelle principali località del
Granducato. Si trattava, dunque, di una fortunata imitazione dei
“taches noires” savonesi ed albisolesi, terracotte pesantemente
invetriate ad imitazione della terraglia, nonché sommariamente
decorate in manganese, le quali costituivano sin dall’inizio del XIX
secolo la punta di diamante delle esportazioni della ceramica ligure
in Toscana. Sempre a Cucigliana era presente una fabbrica di
“vasellami di terra cotta, cioè catini, brocche, etc.”, la quale
produceva attorno alle 10.000 dozzine, impiegando sei lavoratori in
pianta stabile.
Più sviluppata era
comunque l’attività ceramistica in San Giovanni, ove si censivano
sei fornaci in attività, nelle quali si impiegavano stabilmente
circa trenta persone, dando vita ad una produzione stimabile in
oltre 100.000 unità (si affermava, infatti, che le quattro aziende
principali effettuavano “quaranta cotte…da 600 pezzi l’una”
all’anno).
Il punto di forza di queste fabbriche “tradizionali”era la
fabbricazione dei catini, la quale si distingueva da quella coeva,
effettuata in altri centri, per forme e decori. Tra questi ultimi,
si segnala quello detto “a zampa di coniglio”, in quanto consistente
in tre macchie raggruppate, simili ad un’impronta, in bruno di
manganese, che bene spiccavano sulla vetrina giallastra. Sia questo
genere di catini che quelli schizzati di verde-ramina erano
realizzata a tornio, ma tra Otto e Novecento si accreditò una nuova
tecnica “meccanizzata”, che consisteva nella foggiatura entro una
matrice di gesso attraverso uno strumento meccanico detto “modine”.
L’accentuata capacità produttiva del “modine” determinò un clamoroso
successo di questo genere vascolare, ancora in uso come manufatto
della tradizione.
La crisi che progressivamente coinvolse le imprese che si dedicavano
a prodotti ormai soppiantati dalle materie plastiche e dalla
tecnologia del secondo dopoguerra, ha infine determinato la nascita
di fabbriche e laboratori artigiani volti alla fabbricazione delle
ceramiche smaltate, che si collocano nella scia delle lavorazioni
regionali più accreditate, ma che tuttavia mostrano spesso, essendo
libere da soffocanti vincoli tradizionali, una libera ricerca di
forme, di colori e di espressione.
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ceramica contemporanea

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